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sabato 28 dicembre 2013

Pillola rossa o pillola blu?




Ci sono ultimamente momenti come questo nella mia vita.
Per anni ti sembra che ci sia qualcosa che non quadra, ma è solo una vaga intuizione che non riesci ne a spiegarti e nemmeno addirittura a tradurre in domande esplicite, e poi finalmente trovi qualcuno o qualcosa che fa andare a posto tutti i tasselli del puzzle e tutto diventa chiaro.
 
In questo caso c'era in me da anni una sensazione di fastidio verso l'ambiente in cui lavoravo, ma di volta in volta pensavo che fosse qualcuno dei responsabili a cui rispondevo, alle mansioni che non erano mai quelle giuste, alla mancanza di opportunità. Poi aprendo questo blog ho cominciato a sforzarmi di esplicitare i motivi della mia avversione e già questo è stato un processo molto positivo. Poi ho cominciato a trovare riferimenti, approfondimenti e letteratura che mi hanno fatto capire come effettivamente il mondo del lavoro in azienda era intrinsecamente deviato e che addirittura questo faceva parte di una crisi più ampia della nostra società che si evidenziava in maniera più grave nel mondo dell'azienda perché nasceva proprio dalle logiche di consumo, produzione e profitto che sono alla base dell'organizzazione delle aziende private, ma che man mano si sta propagando ad altri ambiti.
 
Nel corso del prossimo anno vorrei approfondire questi argomenti, ma intanto lascio il link di uno dei documenti più interessanti che ho trovato su questo tema. Si tratta di una dispensa disponibile sul sito del Professor Bartolini dell'Università di Siena che si occupa proprio di studi economici sulla felicità e sul benessere degli individui in cui chiaramente il mondo del lavoro trova uno spazio importante.

martedì 24 dicembre 2013

Pubblico e privato: un confronto?



L'ultimo post sembrerebbe un atto d'accusa verso il pubblico impiego, un po' un luogo comune.
Invece non sono d'accordo.
 
Innanzitutto il lavoro nel pubblico non è sempre così, nella sanità ad esempio medici e infermieri, perennemente sotto organico fanno turni massacranti e in molte università italiane si fa attività sia di ricerca che didattica con pochissimi fondi. Nella pubblica amministrazione effettivamente questo post conferma il sospetto che ci sia una area franca di privilegio, ma credo che le cause siano soprattutto politiche: sono i vertici della catena che hanno interesse che le cose si mantengano così, e nel post viene detto. Questo perchè il rimedio per evitare che ciò accada è che ogni capo servizio sia responsabile dei risultati della sua struttura e che debba garantirli: a quel punto dovrebbe perlomeno evitare che si arrivi agli estremi descritti. Però visto che il modello di una organizzazione basata su questo tipo di meccanismo è proprio il mondo aziendale che descrivo nel blog e che ha di fatto raggiunto livelli di delirio, esclusivamente basati sulle apparenze, sulla "pubblicità del fare", piuttosto che sulla sostanza è ovvio che nessuno all'interno del pubblico si attiva verso tale modello che è evidentemente sclerotico.
 
Quindi la conclusione per me è che entrambi i modelli sono sbagliati, sono gli estremi di una medaglia fallata: il punto è che ci dovrebbe essere un altro modello che comporti che il lavoro, sia pubblico che privato tenda ad altri obiettivi.
Le organizzazioni lavorative dovrebbero a massimizzare il benessere e la soddisfazione delle persone che sono coinvolte e ci sono molti studi che dimostrano che ciò aumenta la produttività e i risultati delle organizzazioni. Intervenire solo sul pubblico con operazioni punitive, di fatto renderebbe sclerotico anche quell'ambiente, senza peraltro renderlo più efficace, anche perchè probabilmente applicherebbe mere regole di profitto in ambiti che non devono operare secondo logiche di profitto (lo stanno facendo nella sanità e di fatto siamo arrivati a pressioni sui medici per limitare la prescrizione di farmaci o di interventi diagnostici alzando la soglia, anche rischiando danni alla salute dei pazienti, come esempio di logiche sbagliate).
 
Grazie all'obiettivo di scrivere e riflettere sul blog, sto approfondendo questi temi e mi sono accorto che c'è una vasta letteratura scientifica su questi temi e ne parlerò nei prossimi post.

giovedì 12 dicembre 2013

Universi paralleli




 

Ricevo e pubblico questo post, che ritengo interessante e su cui torneremo per qualche commento successivamente


Parallelismi al contrario col dipendente pubblico medio  (ispirati dal e in risposta al post "Mors tua, vita mea")

Caro Dipendente Riluttante,
te lo spiego io il mondo del pubblico impiego e lo faccio alla luce di 13 anni in esso (soprav)vissuti e dopo aver cambiato 3 enti diversi di dimensioni diverse, ogni volta mossa dalla speranza che il problema fosse insito nell’ente che lasciavo, che fosse cioè la presenza di quei particolari amministratori incapaci di governare o di quei particolari dipendenti incapaci di lavorare.

Invece no, la disillusione ultima è arrivata dopo un solo giorno trascorso nell’attuale comune di appartenenza (anche se l’idea di “appartenervi” mi fa sempre orrore), quando in un attimo ho riconosciuto le medesime dinamiche che si svolgevano nei precedenti enti da cui ogni volta fuggivo rifiutando l’idea che potesse esistere un “sistema” in tal modo strutturato, che non significa “tollerato” bada bene, ma proprio costruito ad-hoc per permettere che ognuno vivacchi in esso tranquillamente, certo di essersi garantito un posto fisso con il minimo sforzo per 40 e più anni della propria vita.

Infatti nella pubblica amministrazione, al contrario che in azienda (dalle tue descrizioni), lo scopo ultimo della vita lavorativa da dipendente pubblico medio (ahimè la maggioranza) non è quello di “fare carriera”, di sgomitare, anche tramite i “mezzucci” che tu descrivi, per scalare (scusa l’accostamento con l’alpinismo) una qualsivoglia ascesa, o almeno per apparire in mille faccende affaccendato e conquistarsi la nomea di “indispensabile”… No, per il dipendente pubblico medio tutto il desiderabile è già raggiunto il giorno in cui vince il concorso: già, perché l’unica aspirazione del dipendente pubblico medio è quella di impossessarsi del diritto di appoggiare il proprio sedere su quella sedia a lui attribuita con la garanzia che, qualunque cosa faccia o NON FACCIA, nessuno al mondo potrà levargliela da sotto le chiappe. STOP. L’idea di meritarsela (insieme allo stipendio) ogni giorno con impegno, non lo sfiora nemmeno.

Un altro “parallelismo al contrario” con il mondo dell’azienda che, leggendoti, ho riscontrato, è che nella pubblica amministrazione se sei uno che “si agita”, che si fa vedere troppo impegnato alla scrivania o troppo veloce e scattante lungo i corridoi (magari perché, babbeo, fai parte di quel 30% che “traina il carro” e che il mazzo se lo fa per davvero, grazie al quale la baracca, nel bene o nel male, va avanti), se sei uno di questi, dicevo, vieni visto male, vieni considerato un disturbatore, uno che con la propria solerzia mette in risalto l’inettitudine degli altri che invece vorrebbero continuare a starsene tranquilli, invisibili, crogiolati nella loro bambagia fatta delle solite rassicuranti abitudini: frequenti e interminabili pause alla macchinetta del caffè, interessanti resoconti circa l’attività intestinale dei propri figli, piacevoli disquisizioni sul tronista di turno, sull’ospite della D’Urso o sull’ultima puntata di 100 vetrine… per non parlare delle ore su facebook che, quando la lingua si secca, risulta una valida alternativa per trascorrere il tempo.

E a questo punto ti chiederai: ma i loro responsabili, in tutto questo? Ed è qui il bello: sono proprio loro a propinare e promuovere, vuoi con l’esempio vuoi con la condiscendenza, questi comportamenti ben noti a tutti perché un subordinato troppo efficace è fastidioso anche per loro, perché l’inettitudine da tenere occultata è anche la loro. E vuoi mettere che fatica sarebbe per loro impegnarsi a trovare modi efficaci per far lavorare (meglio se bene e in modo efficiente) i propri sottoposti? dovrebbero dimostrare di essere bravi soprintendenti, ma questo nella pubblica amministrazione non conta, anzi, non è proprio contemplato, anzi, non è proprio voluto. Il responsabile di un settore è solo un posto ricoperto e una firma sui documenti che contano.

Il cerchio si chiude quando i suddetti indulgenti capi, per mantenere un simile (malsano ma tanto comodo) equilibrio, permettono ai descritti dipendenti di godere della propria conquistata inutilità concedendo loro privilegi che il famoso 30% può solo sognarsi: 3/4 settimane di ferie consecutive, malattie frequenti senza essere soggetti ai previsti controlli medici, periodi di aspettativa senza bisogno di dare troppe spiegazioni, part-time e orari personalizzati, solitamente disciplinati sulla base di precise condizioni, ma in questi casi elargiti in deroga a tali condizioni.

E quindi eccolo l’ultimo “parallelismo al contrario” (ma “ultimo” solo perché solo oggi ho scoperto il tuo blog): gli orari sono personalizzati solo per alcune categorie (corrispondenti al 70% degli impiegati…), non per garantire una maggiore felicità dei dipendenti che si traduca in maggiore produttività, bensì per assicurarsi che quei dipendenti non facciano "casino" sollevando questioni spinose o semplicemente creando un qualsivoglia tipo di “disturbo” all’equilibrio descritto. Quando io, parte di quel 30% di babbei, ho chiesto un part time temporaneo (con sole 6 ore in meno alla settimana) per un mio periodo di difficoltà, la risposta del mio responsabile è stata: “non è possibile, non saprei come giustificare la riduzione di qualche ora ad una persona che funziona”. Ed eccola l’ultima illuminazione: nella pubblica amministrazione è molto meglio (per tutti) non funzionare!

PS: se un collega dipendente pubblico leggerà il mio post, a seconda della sua reazione alle mie parole, dimostrerà di appartenere alla categoria dei babbei o a quella del dipendente pubblico medio.
 
                                                                                 PubbliDipendente Dissidente 
 
                                                                                                                

sabato 7 dicembre 2013

Errori di ortografia

 


La brillante azienda in cui ha il piacere di lavorare il Dipendente Riluttante ha organizzato una riunione con le sue agenzie commerciali del Centro Sud a Roma, anche se naturalmente non l'ha definita in questo modo, che è troppo ordinario e banale: la denominazione ufficiale è "Touch and go", molto più "aziendalese" naturalmente!
La riunione si tiene in un lussuoso albergo romano e i vari funzionari aziendali si susseguono con le varie presentazioni su quanto sono belli ed efficaci i nuovi prodotti.
Arriva il turno del rampante Responsabile Intermedio che agile e spensierato comincia la sua presentazione con i toni prolissi e enfatici che gli sono propri e in una delle diapositive iniziali (che però qui si chiamano "slides") si trova un elenco puntato così strutturato.

- Approcio A: ......
- Approcio B: .......
- Approcio C: .......

Momento di imbarazzo in sala, perlomeno fra quelli che si accorgono dello strafalcione, e poi la presentazione prosegue, senza che l'agile Responsabile si sia minimamente accorto degli errori ortografici, che non si possono neanche scusare come refusi, visto che erano ripetuti ben tre volte a inizio di frase.
E del resto è normale che in azienda, dove la cultura è disprezzata, anche i banali errori ortografici di un relatore che dovrebbe rappresentare l'immagine dell'azienda in pubblico non siano ritenuti di particolare gravità.

mercoledì 27 novembre 2013

Dipendenti "fidanzati"



Qualche giorno fa mi è stato segnalato questo interessante articolo sul Corriere della Sera.
E' veramente incredibile come le aziende riescano a complicare ciò che sarebbe semplice: invece di elaborare astruse teorie e strane strategie con l'obiettivo di rendere più fedeli e attaccati i dipendenti basterebbe che facessero almeno due cose semplicissime e di cui abbiamo parlato molte volte in questo blog.
Rendere gli orari più flessibili possibile in modo da rendere semplice la conciliazione fra la vita privata e quella lavorativa, arrivando al limite a renderle di fatto la stessa cosa.
Dare la maggiore autonomia possibile ad ogni dipendente, invece di ingabbiarli in un organigramma preciso e opprimente e in controlli continui e asfissianti lungo tutta la catena gerarchica.
Per capire questo non servono studi sofisticati (che pure esistono): basterebbe fare un giro alla macchinetta del caffè e ascoltare le lamentele dei dipendenti.
Di fatto invece ciò a cui si assiste e' esattamente il contrario.

giovedì 21 novembre 2013

Schiacciatori contro alzatori: un'allegoria dell'azienda?

 

Sempre in tema con l’ultimo post, ho trovato questo divertente video in cui Julio Velasco in una conferenza parla del tema della ricerca del colpevole nelle squadre di pallavolo che allenava.
Nel suo racconto ricorda che gli schiacciatori quando sbagliavano davano la colpa agli alzatori che poi davano la colpa ai ricevitori, i quali non potevano dare la colpa alla squadra avversaria che batteva troppo bene. Per disinnescare questo meccanismo lui chiedeva ad ognuno di loro di pensare solo a far meglio possibile quello che dovevano fare senza pensare a quello che avevano fatto gli altri.
 
Questo indubbiamente ci mostra che la ricerca del colpevole non è una peculiarità del mondo aziendale e che probabilmente è insita nelle dinamiche di tutti i gruppi. Quello che però ci dice questo racconto è anche un’altra cosa: in altri ambienti questo comportamento è visto come dannoso al funzionamento del gruppo ed è compito dei vertici, in questo caso Velasco, individuarlo e porre rimedio.
La particolarità dell’ambiente aziendale è invece che non solo questo comportamento non viene consapevolmente considerato dannoso, ma che i vertici lo tollerano e addirittura lo incoraggiano per mantenere in tensione la struttura mediante una competizione interna.
Ovviamente un ambiente competitivo non può coesistere con i comportamenti cooperativi che sono quelli che fanno funzionare i gruppi e le squadre a cui spesso la retorica aziendale si paragona e ciò di fatto fa si che buona parte delle attività che si svolgono o che non si svolgono in azienda hanno lo scopo di evitare di essere individuati come colpevoli di qualche situazione e ciò naturalmente distrugge lo spirito di gruppo e toglie energie ad altre attività e addirittura fa si che alcune iniziative non vengano neanche intraprese.
 
Facendo un paragone con il video di Velasco sarebbe come se l’allenatore in quel caso invece che chiedere agli schiacciatori di provare a schiacciare bene le palle alzate male, facesse loro una sfuriata ogni volta che sbagliassero una schiacciata e che ignorasse o anzi incoraggiasse le accuse degli schiacciatori verso gli alzatori per metterli in competizione tra loro e creare tensione.
Nel caso della squadra di pallavolo la catena è breve e le responsabilità ben definite e difficilmente evitabili, ma nel caso di strutture e attività più strutturate e interconnesse, come le aziende medio grandi, far diventare prioritario per ogni persona nella struttura il rimarcare ogni errore e mancanza degli altri enti in modo da coprire preventivamente le proprie debolezze, vista la complessità delle relazioni che esistono, farebbe si che il tempo dedicato a queste attività supererebbe di gran lunga il tempo disponibile per eseguire bene il proprio lavoro.
Per di più una simile atmosfera è il miglior disincentivo per tentare iniziative potenzialmente rischiose: uno schiacciatore non tenterebbe mai una schiacciata difficile con alto rischio di errore se sa che una volta tornato a terra tutta la squadra, partendo dall'allenatore, gli scaricherebbe addosso la colpa di tutto.
 
E tutto ciò in un ambiente che esalta in ogni momento il gioco di squadra.

mercoledì 20 novembre 2013

La ricerca del colpevole

 

Volevo tornare sul commento trovato sul sito Sopo, per approfondire un aspetto che mi sembra molto caratteristico dell’ambiente aziendale e cioè la ricerca del colpevole.

Abbiamo parlato di atteggiamenti simili in altri post: quello di sminuire le qualità degli altri, o quello di inseguire i propri obiettivi alla faccia del tanto decantato spirito di squadra.
Questo comportamento è invece quello in cui lo schietto cameratismo aziendale si concentra nel mettere il massimo sforzo per scaricare sugli altri le colpe di eventuali (e spesso certi) fallimenti o per cercare qualche persona o qualche altro ente da additare come causa del mancato raggiungimento di propri obiettivi.
In alcuni casi si arriva a creare delle figure, denominate spesso Project Manager, la cui vera funzione non è tanto quella di applicare le sofisticate tecniche del project management, che spesso in molte aziende non sanno neanche lontanamente come funzionino e pensano solo che sia una definizione che suona bene nelle presentazioni, bensì quella di creare una figura che abbia l'incarico istituzionale per essere facilmente individuabile come capro espiatorio per tutti gli enti della struttura.

Ovviamente anche questo comportamento non è un aspetto casuale ed episodico, bensì una precisa conseguenza del modo in cui le aziende sono strutturate e condotte. Le cause sono la assegnazione di obiettivi propri ad ogni reparto, sono il tentativo di quantificare con indicatori precisi attività che sono complesse e intrecciate fra loro, e infine l'assenza di azioni volte ad accrescere e ad incoraggiare lo spirito d’unione stigmatizzando e punendo atteggiamenti ostili verso altre persone e enti e anzi l'esaltazione di azioni per aumentate la competizione interna. Se tutti questi comportamenti venissero evitati probabilmente un’azienda potrebbe funzionare come una squadra o come un corpo militare, ambienti però dove i componenti sono spesso addestrati o abituati fin da molto giovani a regole ben precise.

Vista invece la situazione reale non stupisce che dietro la facciata di spirito di appartenenza sventolata sui depliant e alle riunioni, dietro ci sia una realtà assolutamente opposta.

venerdì 8 novembre 2013

Un sito per smascherare le aziende





Voglio segnalare il sito Sopo, che è molto interessante perché raccoglie commenti e recensioni da parte degli utenti sugli ambienti delle aziende, soprattutto evidenziando quelli negativi con tanto di classifica delle peggiori.
Girando sul sito ho trovato diversi commenti che confermano le tesi e i racconti che faccio in questo blog, qua sotto ne riporto uno emblematico.
 
Azienda nata e cresciuta in un ambiente più che provinciale; non a caso le persone che ricoprono posizioni chiave sono dipendenti della prima ora, spesso senza alcuna specifica competenza. Un continuo senso di urgenza ed un terrore diffuso sono figli di questa incapacità manageriale e dell'unica attività perseguita: la ricerca del colpevole.
Il turnover è elevatissimo, inversamente proporzionale al rispetto portato alle persone ed al loro lavoro.
Vergognoso

Una protesta accorata a cui non posso non aderire, e nel sito se ne trovano molte così.
Purtroppo però tutto quello che si racconta su questo blog porta alla conclusione che la situazione descritta in questo commento non sia un'eccezione, ma la normalità nell'ambiente tipico aziendale.

domenica 27 ottobre 2013

La Bufala



Continuiamo il discorso sulle agenzie di selezione.
Oltre a non essere in grado di valutare in maniera sensata i candidati, le iniziative di reclutamento delle agenzie sono spesso assolutamente inconcludenti: sono perfettamente capaci di chiamare un candidato e proporgli un colloquio, magari lontano, anche senza avere opportunità concrete, ma solo per arricchire i loro archivi.
Oppure sono capaci di mettere in piedi iniziative ancora più elaborate e geniali nella loro mancanza di sostanza, come quella che è capitata al Dipendente Riluttante e che si può vedere nello scambio di mail qua sotto.

 

Il giorno 07 agosto 2013 16:37, Stefania Rossini ha scritto:

Egregio Dipendente Riluttante,
faccio riferimento al contatto che le ho richiesto in Linkedin relativamente al progetto fiera sulle smart energy.
La ringrazio innanzitutto per la sua risposta. Le chiedo se mi riesce ad inoltrare copia del suo curriculum in modo da poterne prendere visione e poter fissare un'intervista telefonica, ove capire al meglio la sua esperienza e spiegarle meglio il progetto.
Io sarò operativa fino a Venerdì, rientrerò dalle ferie il 27 Agosto.
In attesa, porgo cordiali saluti

Stefania Rossini

HR Specialist

 

---------- Messaggio inoltrato ----------

Da: Dipendente Riluttante
Date: 01 ottobre 2013 09:38
Oggetto: Re: fiera smart energy
A: Stefania Rossini

Buongiorno Dottoressa Rossini,
come ricorderà dalle mail qua sotto, ci eravamo sentiti a Luglio scorso quando mi avevate illustrato il vostro progetto per la fiera Smart Energy e mi avevate detto che ci saremmo risentiti a fine Settembre.
Non avendo però avuto altri contatti volevo chiedervi un aggiornamento su questa iniziativa per sapere se sta ancora proseguendo o meno, soprattutto per quanto riguarda la mia candidatura.
Rimango in attesa di una vostra cortese risposta e vi saluto cordialmente

            Dipendente Riluttante

 
Il giorno 01 ottobre 2013 10:08, Stefania Rossini ha scritto:

Gentile Dipendente Riluttante,
facendo seguito alla nostra intervista telefonica ho il piacere di confermarle che For Your Job è Career Partner di Smart Energy Expo, la prima fiera internazionale sull’efficienza energetica e sulla white-green economy, in programma presso Veronafiere dal 9 all’11 Ottobre 2013.

La nostra rete di Career Center in Italia e all’estero si focalizza sulla creazione di un network di candidati in linea con i requisiti richiesti dal mercato white-green economy per specifiche aree di specializzazione.
Smart Energy Expo è un evento innovativo, una task force di pensiero interdisciplinare che ha il fine di condividere business all’avanguardia e creare un network di alta competenza.

Come Career Partner di Smart Energy Expo, For Your Job sarà presente all’interno della manifestazione con un ampio spazio espositivo (Area dei Servizi, posizione C5.3) e sarà un’importante occasione per poterci incontrare. A tal proposito For Your Job le ha riservato un invito gratuito che riceverà alla mail comunicata e che le permetterà di confermare la sua registrazione .

Inoltre, venerdì 11 Ottobre dalle ore 14.00 alle ore 14.45 In Job sarà protagonista di un workshop dedicato al tema della flex-security nel mercato white-green economy con la presentazione di una panoramica dei profili emergenti richiesti dal settore.

L’occasione è gradita per porgerle Cordiali Saluti

Stefania Rossini

HR Specialist

 

Stordito da queste incredibili raffiche di aziendalese al Dipendente Riluttante stava cominciando a uscire sangue dal naso per lo sforzo di tradurre questi concetti in italiano corrente e, se fosse stato un fumetto, sopra di lui sarebbe comparso un grande punto interrogativo in grassetto. Nella realtà, anche se ormai cominciava a pensare a una enorme bufala decide di scrivere per avere maggiori informazioni per capire se valeva la pena fare un viaggio (non rimborsato) e prendere ore di ferie per partecipare a questa iniziativa annunciata da una simile schiera di definizioni in inglese-aziendalese che pur rileggendole non gli sembravano significare veramente nulla.

 

Da: Dipendente Riluttante
A: Stefania Rossini
Inviato: Martedì, 1 ottobre 2013 12:18:24
Oggetto: Re: fiera smart energy Verona-For Your Job-

Buongiorno Dottoressa Rossini
la ringrazio per la sua mail, ma non mi è chiara l'organizzazione di questa iniziativa in fiera.

Mi dicevate che voi, dopo aver valutato una serie di profili, li avreste presentati ad aziende presenti in fiera, in modo da approfittare di questo appuntamento. Per questo motivo le chiedo se questa modalità è confermata e se avete già definito eventuali appuntamenti di presentazione di candidati alle aziende potenzialmente interessate oppure se avete altre modalità con cui volete procedere e nel caso quali sono.
Dovendo prendere dei giorni di ferie per essere presente in fiera, io verrei solamente se ci sono delle opportunità concrete di incontro e non solamente per visitare la fiera e partecipare alle conferenze.

Rimango in attesa di una sua cortese risposta e la saluto cordialmente

          Dipendente Riluttante

La risposta non si fece attendere, anche se, come previsto confermava i sospetti sul vuoto pneumatico che stava all’interno di questa iniziativa roboante.

--------- Messaggio inoltrato ----------

Da: Stefania Rossini
Date: 01 ottobre 2013 14:46
Oggetto: Re: fiera smart energy Verona-For Your Job spa-
A: Dipendente Riluttante

Buongiorno a lei,
           ha fatto benissimo a chiedere questo chiarimento: la fiera vuole essere un'occasione per sviluppare relazioni che potrebbero avere sbocchi futuri. Anche per noi è un momento di conoscenza sia delle aziende sia dei candidati. In base ai contatti che si svilupperanno dopo l'evento fieristico è possibile che i fabbisogni delle aziende si concretizzino in opportunità e quindi si possa dare un seguito all'attività. Quindi l'organizzazione delle giornate è molto orientata al network e a conoscere i ns candidati personalmente. In fiera non verranno svolti "colloqui di lavoro" poichè non sarebbe il contesto migliore per questo tipo di attività.
Per rispondere quindi alla sua domanda non posso garantirle dei colloqui.
Spero di averle chiarito meglio il ns ruolo

Un cordiale saluto

Stefania Rossini
HR Specialist

Veramente il dubbio che rimane al Dipendente Riluttante e' proprio quello sul ruolo di questa brillante agenzia e sullo scopo di questa simpatica iniziativa.....

giovedì 24 ottobre 2013

Agenzie di selezione

 

 
Il fantastico mondo dell’azienda tende a inglobare nelle sue assurdità ogni contesto della vita reale e, anche se fortunatamente esistono degli ambienti e delle zone di resistenza (e questo blog vuole essere uno di questi), di fatto perlomeno quello che ruota direttamente intorno all’azienda ne condivide le isterie, le assurdità e soprattutto la assoluta mancanza di sostanza che sta dietro alla maggior parte delle iniziative, mentre quelle poche che ne hanno un po’ vengono gonfiate artificialmente con operazioni di marketing, frasi a effetto e acronimi fantasiosi.

Uno di questi casi è quello delle agenzie di selezione, che invece di fare il loro lavoro cercando di sforzarsi per trovare metodi di valutazione dei possibili candidati per una posizione che abbiano lo scopo di stimare le loro competenze, abilità e aspirazioni, si basano di solito sulle assonanze e su nebulose valutazioni psicoattitudinali o legate agli atteggiamenti esteriori o alle situazioni esterne alla sfera professionale.
Se, ad esempio, un candidato ha iniziato a lavorare come impiegato ufficio acquisti presso un’azienda di motori elettrici verrà sempre selezionato per posti per ufficio acquisti in aziende di comparti molto vicini, anche se le sue aspirazioni sono altre e magari anche se sarebbe un eccellente addetto stampa ad esempio. 

Di fatto perciò se vuole cambiare mansione l’unica cosa sensata sarebbe inventarsi esperienze fasulle, o fare come il nemico (ooops come l’azienda volevo dire) e gonfiare e abbellire tutto il suo curriculum: purtroppo la maggior parte delle persone ha degli scrupoli nel fare ciò e perciò il confronto è impari.

 



mercoledì 23 ottobre 2013

"Team building".....


 
 


Dopo il post della volta scorsa, ecco la seconda puntata del racconto della Dipendente Recalcitrante sugli efficaci metodi con cui l'azienda riesce a costruire lo spirito di squadra, o come ama dire il "Team Building".

Oggi quel Gran Genio del mio Capo mi convoca in pieno pomeriggio, spalanca le porte, chiedendo a tutti i collaboratori di andare un attimo da lui. Ci raduna con estrema urgenza e mi preoccupo: mi domando cosa possa essere successo di così grave da interrompere tutte le attività, ma ci rassicura dicendo che sarà una cosa veloce.
Siamo tutti nel suo ufficio, radunati, in piedi ed ascoltiamo: attacca recitando il copione dell’Entusiasta Responsabile del Personale, sull’esigenza di dare continuità alle occasioni di incontro tra colleghi, perché è molto importante il team, la collaborazione (organizzare meglio i processi è considerato molto meno importante!). Hanno quindi pensato a una bella degustazione di vini, in una cantina locale, ma il budget è finito, quindi, memore delle esperienze precedenti, ammette che ognuno dovrà pagarsi la sua degustazione.
Mi irrigidisco.

Tra responsabili stanno discutendo proprio sul prezzo della degustazione, perché hanno calcolato un certo numero di bottiglie, un po’ di antipasti e ammennicoli vari. Entriamo nei dettagli e, mentre torno indietro con la memoria ai felici giorni dell’organizzazione del mio matrimonio, mi elenca  quanti vini rossi e quanti bianchi degusteremo e ci avvisa che il costo totale sarà di 50€ a testa. Con qualche variante, riducendo il numero di vini, potremmo scendere a 45€, ma parliamo di vini di ottima qualità! Ci tiene a specificare che usciremo dalla degustazione con la pancia bella piena, cioè non sarà necessario recarsi successivamente in un ristorante per la cena e ci chiede con grande candore se siamo disposti a pagare questa cifra.
Quindi la terrificante situazione che si è creata è che, nel pieno di un produttivo pomeriggio, devo rispondere al mio capo, davanti a tutti i miei colleghi, se sono disposta a spendere 50€ per una degustazione di vini o se ritengo il prezzo troppo alto?!?
Volevo morire, speravo in un fulmineo infarto. Così oltre a togliere me stesso dall’imbarazzo, avrei salvato anche i miei colleghi di reparto.
 
Con quale sensibilità, con quale delicatezza, ti viene in mente di entrare in un dettaglio così privato come quello economico, specialmente in questi tempi di crisi?
Perdura il silenzio e io, ormai navigata sul gestire situazioni di emergenza, chiedo che data è stata scelta e liquido velocemente dicendo che sono impegnata (prima che qualche collega mi rubi l’idea!).
Di nuovo silenzio, tutti in piedi, nessuno con il coraggio di dire che spendere 50€ per bersi un paio di bottiglie, di sabato pomeriggio, con il proprio capo, non è così entusiasmante come programma.
A quel punto quel gran Genio del mio Capo cerca di rompere il silenzio affermando che in fondo … 50€ sono la normale spesa per uscire a cena. Cosa???? Non so lui dove vada a cena, ma io, con 50€, ci mangio la pizza con tutta la mia famiglia: se deve farmi i conti in tasca, almeno che li faccia giusti. Io 50€ per una cena non li spendo!
Il finale è tragico: un collega poco scafato, sentitosi alle strette, ammette che economicamente non può permettersi questa degustazione: per lui il costo è troppo alto.
Il Gran Genio del mio capo avverte di aver calpestato un escremento male odorante: diventa di tutti i colori e rimanda tutti in ufficio dicendo “Rimanderemo all’anno prossimo, quando avremo il budget”.
 
Distinte lacrime


La Dipendente Recalcitrante

 

venerdì 18 ottobre 2013

La gita aziendale

 
 

Fin dall'apertura di questo blog una delle tesi più importanti che abbiamo cercato di testimoniare e' il fatto che l'azienda ama alla follia la forma, l'apparenza o, per dirla in aziendalese, le tecniche di marketing. Anche nel campo della costruzione dello spirito di squadra, il "team" come l'azienda ama dire, al di la' degli sbrodolamenti ciò che gli interessa è "far sembrare" che si stia costruendo uno spirito di squadra, piuttosto che avere realmente una squadra compatta e rafforzata dalle iniziative effettuate.

I militari da sempre sono maestri nel creare lo "spirito di corpo",è una cosa su cui non possono scherzare, perche' quando si è su un campo di battaglia con il nemico che ti spara addosso a tirarti fuori dai guai non bastano gli slogan e le iniziative pubblicitarie. Proprio per questo le cerimonie militari sono tanto commoventi perchè di solito dietro a ogni gesto c'è una motivazione e un significato.
E soprattutto non si trascurano aspetti della psiche umana e delle dinamiche relazionale nei gruppi, che anzi sono conosciute perfettamente e utilizzate per lo scopo primario.

E in azienda?
In azienda dopo aver enunciato una serie di frasi, immagini e depliant ad effetto, sono poi capaci di combinare cose come quelle che ci racconta la nostra Dipendente Recalcitrante...

Quando l’azienda ha terminato i soldi per offrire cene o attività ai dipendenti per motivarli e per fare gruppo, non resta che organizzare le stesse facendole pagare al dipendente. 
La prima volta capitò a inizio estate: venne organizzata la visita presso un’azienda agricola con invito aperto anche ai bambini.
Le ultime proposte avevano riscosso un tiepido successo e modeste adesioni, così l’Entusiasta Responsabile del Personale si fece furba: lanciò l’invito, completamento privo di dettagli, che sarebbero stati forniti in seguito.  Così presa dal senso di colpa, dalla paura di finire nella lista nera degli asociali, accettai in stile Fantozziano, ringraziando per tanta umanità.
I dettagli forniti in seguito svelarono che la visita era prevista di sabato: del resto chi non vorrebbe passare una giornata di vacanza presso una fattoria, con i propri figli, le mucche, le galline, il tuo capo ufficio, il capo del capo e tutti i tuoi colleghi di ufficio?

L’invito era accettato, ma saputo che il simpatico incontro era stato programmato di Sabato, qualche giorno prima della visita alla fattoria, la metà dei colleghi si ritirarono causa “malattia del figlio”. Era la stessa scusa che pensavo di utilizzare io, ma essendo stata ormai inflazionata rimasi fregata.
Sorprendentemente la giornata fu abbastanza piacevole, i rapporti erano informali, nessun accenno al lavoro, i bambini presenti si divertirono molto e il pranzo fu davvero ottimo. Al momento di saldare il conto, il capo del mio capo scandì ad alta voce le seguenti parole rivolte al cameriere: “Il conto è da dividere per 10 adulti, per i bambini ci fate il prezzo baby?”. Non potevo credere alle mie orecchie! Avevo rinunciato al mio giorno libero e dovevo anche pagarmi il pranzo! Da quella volta giurai “mai più” e come me, anche altri colleghi presero a rifiutare cortesemente tutti gli inviti. Seguirono durante l’estate altre due gite sociali: un giro in bicicletta seguito da cena (3 adesioni), la visita presso un laboratorio orafo (5 adesioni).
 
Pensavamo che questo scarso successo avrebbe fatto desistere l’Azienda da proporre altre simpatiche iniziative di questo genere. Purtroppo il peggio doveva ancora venire.
 
                                                                                                                La Dipendente Recalcitrante

 

venerdì 11 ottobre 2013

Il sole di Ottobre








Oggi era una classica splendida giornata di Ottobre con la luce nitida, ma un po' obliqua che c'è solo in questo periodo. Era un richiamo bellissimo a cui non potevo resistere e ho allungato la pausa pranzo di 2 ore, inventando una scusa per il ritardo e inserendo poi due ore di permesso.
Tre ore e mezzo che ho passato all'aperto, a camminare nei boschi vicino a dove lavoro, inebriandomi di quell'aria limpida come una sorgente.
Tornato in ufficio ho lavorato fino alle 19,00 come non mi succedeva da settimane, concentrato e lucido e ho terminato i compiti più impegnativi di questo periodo.
 
In un mondo perfetto non avrei avuto bisogno di inventare scuse, mandando sms al Responsabile Intermedio dicendo di avere avuto un ritardo all'appuntamento che avevo in banca. In un mondo perfetto sarei semplicemente uscito preferendo godere quelle tre ore e rotti in mezzo alla giornata e poi finire tardi quella sera e quella dopo, sicuro che avrei avuto l'umore a mille che mi avrebbe poi fatto lavorare molto più concentrato e soddisfatto.
Nel mondo dell'azienda occorre invece strappare questa fetta di vita con determinazione e con sotterfugi.....
 
Perché?

mercoledì 9 ottobre 2013

Orari flessibili: quelli veri e quelli farlocchi






Parlando di orari flessibili, ultimamente ho parlato con un’amica che mi ha descritto quelli che vigono nella sua azienda.

Presenza obbligatoria 9,30-12,30 e 14,30-17,30
Pausa pranzo minimo 30 minuti, max 2 ore (appunto 12,30-14,30)

Per il resto basta che tornino le ore a fine mese: se un giorno si fanno 7 minuti in più, quei minuti finiscono in flessibilità e si possono recuperare come e quando si vuole entro due mesi. Lei mi diceva che era comodissimo: qualche volta andava a correre la mattina e arrivava alle 9, qualche volta andava a pranzo a casa e faceva 2 ore
 
Ecco questo è un vero orario flessibile, e purtroppo aziende che si comportano così sono estremamente rare.
La maggior parte chiama orario flessibile qualcosa che non si avvicina neanche lontanamente a quello per cui dovrebbe servire: fare lavorare serenamente i dipendenti, senza che vadano al lavoro con l’ansia del minuto di ritardo e facendo in modo che possano conciliare le loro abitudini, preferenze, esigenze famigliari con il lavoro, pur salvaguardando le reali esigenze lavorative.

La logica degli orari flessibili fasulli è invece quella di imporre un controllo e una disciplina, la maggior parte delle volte fine a se stessa o che serve per compiacere l’ego degli addetti alle risorse umane.

venerdì 4 ottobre 2013

La tua opinione per migliorare (l’abuso dei sondaggi)



 



L'azienda vuole far pensare di occuparsi del benessere dei dipendenti, ma come in tutto quello che fa, ciò che conta davvero è l'apparenza senza sostanza: ecco la testimonianza, precisa come al solito, della Dipendente Recalcitrante.


Caro Dipendente Riluttante,
nei prossimi giorni mi appresto a compilare l’ennesimo sondaggio aziendale. Già in passato mi sono trovata a dare voce alla mia opinione, ma ho sempre avuto l’impressione che questa voce non uscisse chiara o comprensibile, perché spesso è rimasta inascoltata o, peggio, mal interpretata.

Ricordo con grande dispiacere il sondaggio relativo alla destinazione di una parte dismessa di magazzino e di altri locali. Da tempo molti noi dipendenti chiedevamo di avere a disposizione una doccia. L’azienda in cui lavoravo a quei tempi si affacciava su una pista ciclabile e molti utilizzavano la pausa pranzo per fare una corsa. Qualche sportivo più intraprendente poteva pensare di coprire i 18 km che separavano il centro città dalla zona industriale in cui si trovava l’azienda, essendo il percorso interamente su pista ciclabile, coniugando sport, ecologia, benessere e risparmio. Era però necessario disporre di una doccia nello stabile; se non negli uffici, almeno in magazzino o in officina. Quando l’Entusiasta Responsabile del Personale decise di fare un sondaggio per sondare il volere dei dipendenti, spacciandolo come volere del popolo sovrano, speravamo tutti di poter chiedere una doccia! Il sondaggio era a risposta chiusa, ma tra le possibili scelte comparve addirittura un locale palestra, dotato di cyclette, macchina per pesi, qualche tappetino per organizzare lezioni di aerobica o yoga e una zona spogliatoio con doccia. Perfetto! Tra le altre possibilità di scelta del sondaggio c’era una sala thè e tisane, una biblioteca e un locale di intrattenimento per clienti e ospiti in attesa di essere ricevuti (video multimediali, wireless per la navigazione, cose così …).
C’era molta attesa sul risultati del sondaggio, parlando con i colleghi quasi tutti ammisero di aver chiesto la palestra, ma qualche settimana dopo gli exit pool vennero smentiti ed ebbe inizio la costruzione della biblioteca. Non mi si fraintenda: la biblioteca è una lodevole iniziativa. Posso prendere libri e portarli a casa, oppure sprofondare nei divani Frau durante la pausa pranzo. Ma il dubbio sui brogli del sondaggio mi rimase per molto tempo.  Ad oggi non mi risulta sia stata fatta una doccia, così si continua a spendere soldi in benzina e … in corsi di ginnastica contro la vita sedentaria.

Un’altra volta ci venne chiesto di valutare la rivista aziendale. L’obiettivo era verificare il livello di gradimento della rivista, fornire idee per arricchirla con nuove rubriche, etc. Ho lavorato in diverse aziende e ho notato che a molte società piace l’idea di avere la Rivista Aziendale, la cui redazione era immancabilmente composta da dipendenti (non troppo) volontari che non aveva grandi argomenti di cui discutere. Quella volta l’azienda era veramente piccola, ma l’AD ci teneva particolarmente, così ogni 6 mesi era prevista l’uscita di una decina di pagine. Nelle prime uscite, i poveri colleghi redattori si impegnarono in ampie e articolate spiegazioni dei reparti e dei processi aziendali. Esaurito l’argomento vennero descritti eventi aziendali, ma con un ritardo cronico di 6 mesi e poi, che senso aveva descrivere la Cena di Natale quando quasi tutti i dipendenti erano presenti? Così  la rivista prese a deragliare e comparvero: racconti di vacanze e viaggi, racconti di imprese sportive, improbabili colleghi poeti, ricette e cruciverba. La solita Entusiasta Responsabile del Personale dovette intervenire per rimettere in sesto le cose. Con un nuovo sondaggio.  Ancora una volta parlando tra colleghi, emerse che quello che più infastidiva dell’uscita della rivista, non erano tanto gli argomenti, ma il fatto che venisse stampata su carta e, se necessario, spedita a casa al dipendente! Questa operazione non costava molto, ma era pur sempre un costo economico e ambientale facilmente evitabile con l’invio di una mail allegando un versione PDF della rivista. Così in molti inserimmo la richiesta sia nel questionario, sia nella casetta dei “Suggerimenti”. La risposta unofficial trapelata della redazione su mia insistenza, fu che la rivista stampata fa parte dell’”immagine” aziendale.
 
Dicevo che presto sarò chiamata a un nuovo sondaggio. Nuovo anche nella forma: non si tratta di un sondaggio commissionato da terze parti (come quella volta sul clima aziendale o sulle le retribuzioni) e non si tratta del sondaggio interno all’azienda (come i recenti sul grado di soddisfazione delle pulizie, il servizio della società di noleggio auto, etc). Questa volta è un sondaggio a livello CORPORATE! Ovvero una specie di “sfida” tra  filiali di tutto il mondo: chi avrà i dipendenti più soddisfatti? Quali aree necessitano di miglioramento? Sono le stesse aree per aziende di diversi paesi?

Risponderò con sincerità come in tutti gli altri sondaggi.

Distinti Saluti
La Dipendente Recalcitrante

sabato 28 settembre 2013

Isterie aziendali





Mercoledì mattina, il Responsabile Intermedio non fa neanche in tempo ad arrivare in ufficio e tutto giulivo comunica al Dipendente Riluttante che la riunione di avanzamento progetto di cui parlavano in termini vaghi da una decina di giorni è diventata questione di vita o di morte. Il Dipendente Riluttante è perfettamente consapevole che si tratta di una delle solite isterie da scadenza autoinventata che periodicamente si propagano all'interno dell'azienda, ma non può far altro che far finta di crederci ed essendo lui il responsabile di questa fase del progetto chiede entro quando dovrebbe organizzare la riunione. Il Responsabile Intermedio in preda al furore agonistico dice che nella mega riunione che si è conclusa il giorno prima a tarda ora gli allegri commensali hanno già verificato che l'unica finestra utile è convocarla Venerdì dalle 17,30 in poi.


Il Dipendente Riluttante gli risponde che a quell'ora lui ha un impegno famigliare e che non può e non intende annullarlo con soli due giorni di preavviso e che non gli sembra comunque molto corretto dare per scontata la sua disponibilità fuori orario lavorativo con soli due giorni di preavviso. Prova a proporre di convocare la riunione il Lunedì o il Martedì, anche in tarda serata, ma tutto è inutile: se la riunione non viene fatta in quell'orario l'azienda potrebbe chiudere entro poche settimane....
Ne segue un litigio e alla fine si conclude che il Dipendente Riluttante proverà a sentire i partecipanti per trovare un orario nei giorni seguenti.
L'indomani il Dipendente Riluttante va a chiedere al Direttore Commerciale Estero, che dovrebbe essere quello per cui l'unica ora utile era quella di Venerdì alle 17,30 che gli dice che in realtà per lui Venerdì è impossibile perché ha una visita e si sarebbe liberato non prima delle 18,30, ma che per lui Lunedì e Martedì vanno benissimo. Così la riunione viene organizzata per il Martedì successivo molto tranquillamente.


Così funzionano le cose in azienda: tutto a un tratto attività che potrebbero scorrere tranquillamente vengono percepite come in ritardo o non abbastanza in tensione e a causa dell'ansia che si crea, si decidono azioni dimostrative e di espiazione. Cercare di organizzare una riunione Venerdì sera dopo l'orario lavorativo molto spesso non serve a niente, ma raccontarselo è utile a dimostrarsi l'un l'altro come si sia dediti alla causa.
In definitiva sono azioni di nessuna utilità pratica, dettate solo da momenti di isteria collettiva e sembrerebbe assurdo che persone adulte e mature, che dovrebbero affrontare il proprio lavoro con professionalità ed esperienza si abbandonino a queste reazioni completamente irrazionali.
Eppure è quello che in azienda capita continuamente. 

martedì 24 settembre 2013

Orari flessibili? Flessibili una cippa





Continuiamo l'argomento dell'ultimo post con un episodio reale. Nell’azienda in cui attualmente lavora il Dipendente Riluttante è possibile entrare con una tolleranza massima di tre minuti rispetto a tre orari (8,00-8,30-9,00) e uscire di conseguenza: se si entra alle 8,04 è come se si fosse entrati alle 8,30 e quindi si perde di fatto quasi mezz’ora. Il Dipendente Riluttante nell’azienda in cui lavorava prima, visto il suo livello di inquadramento, non timbrava e l’orario era conteggiato a forfait anche se c’erano comunque controlli a vista (!?) abbastanza rigorosi. Quindi è stato comprensibilmente contrariato quando ha capito questo meccanismo dopo essere entrato nell’ultima azienda, visto che la Responsabile del Personale glielo aveva presentato come un “orario flessibile” con entrata dalle 8 alle 9: un orario flessibile vuol dire che si può entrare quando si vuole in quella fascia (a volte anche più ampia) e che si può uscire 8 ore dopo più la pausa pranzo, mentre il meccanismo in quella azienda è solo un modo di recuperare dei ritardi.
Inoltre in questa azienda si possono utilizzare permessi con recupero di ore fatte in più che però devono essere sottoposti ad approvazione dal proprio superiore mediante una procedura informatica: anche in questo caso la flessibilità non esiste in quanto se fosse davvero tale non ci sarebbe necessità di chiedere permessi, ma le ore si potrebbero compensare in automatico.

Per completare questo quadro, che secondo l’azienda è flessibile, qualche giorno fa è accaduto questo simpatico episodio.
Il Dipendente Riluttante è dovuto uscire un’ora prima, come gli capita tre o quattro volte al mese, e in questi casi, soprattutto se l’esigenza non è programmata, lui inserisce la richiesta di permesso a recupero, visto che di solito ha ore in più fatte in altri giorni, ed esce.
Così ha fatto anche quel giorno, anche perché il giorno prima era uscito un’ora dopo il suo orario perché aveva un incontro con un consulente che si era prolungato. Quando però qualche ora dopo ha controllato la posta da casa, ha trovato questa mail del suo gioviale responsabile.
Il giorno 18 settembre 2013 17:20, Responsabile Intermedio ha scritto:
Per cortesia avvisami in anticipo (anche a voce) quando inserisci delle richieste di uscita.
Ciao

Marcello
E così questa direttiva spazza via l’ultimo residuo di flessibilità che poteva essere vantato dalla brillante azienda, visto che secondo il simpatico responsabile intermedio anche per uscire mezz’ora prima, utilizzando sue ore da recuperare, il Dipendente Riluttante dovrebbe non solo inserire la richiesta, cosa già abbastanza seccante, ma anche andare a chiedere a voce.
La flessibilità nel fantastico mondo dell’azienda di fatto significa che ai dipendenti possono essere richiesti allungamenti di orario senza preavviso, perché quando avviene il contrario questo è quello che di solito accade….

venerdì 20 settembre 2013

Aziende metalmeccaniche e orari flessibili, il diavolo e l'acqua santa







Torniamo sulle idiosincrasie legate al controllo che vigono soprattutto nelle aziende metalmeccaniche.

Ci sono studi, esperienze, articoli che dimostrano oltre ogni dubbio che dare ai dipendenti tutta la libertà e la flessibilità possibile, senza mettere controlli inutili, contribuisce in maniera fondamentale alla soddisfazione dei dipendenti stessi.
Avere maggiore flessibilità e poter così conciliare meglio vita personale e lavoro, ma anche poter in questa maniera condividere gli spostamenti con altri, ha un valore elevatissimo per il dipendente e per questi vantaggi quasi tutti sarebbero anche disposti a guadagnare qualcosa in meno perché vuol dire migliorare la qualità della propria vita. L’azienda quindi avrebbe anche lei grandi vantaggi nel concedere tutta la flessibilità possibile perché in questa maniera potrebbe mantenere retribuzioni leggermente più basse e potrebbe spendere meno tempo, strumenti e lavoro di persone per tenere sotto controllo tutti limitandosi a evitare gli eccessi (cosa molto più facile).
Eppure in tutte le aziende in cui ho lavorato, la flessibilità era molto limitata e sottoposta a limiti, autorizzazioni, controlli e quindi di fatto non esisteva.

Le aziende metalmeccaniche, ma credo quelle manifatturiere in genere, ce l’hanno scritta nel DNA e non riescono a farne a meno, anche quando è dimostrato che è controproducente in molti contesti di lavoro.
Credo che ciò derivi dal retaggio di avere a che fare con fabbriche e linee di produzione: ovviamente la flessibilità in una linea di produzione è una cosa che deve essere per forza molto limitata perché il lavoro in quel contesto deve essere scandito con estrema precisione e gli operai sono collegati uno con l’altro. In più tradizionalmente in questi contesti i capi devono controllare che l’operaio lavori in quantità e qualità fino a pensare che se il capo non è presente il dipendente di sicuro non lavora bene. Probabilmente questi atteggiamenti hanno ragione di esistere o sono spiegabili in quei contesti, però io credo che diventano incongruenti quando vengono applicati ad attività diverse e addirittura possono diventare dannosi perché creano disagi, insoddisfazioni e addirittura tolgono la possibilità di utilizzare leve di motivazione dei dipendenti diverse dalla retribuzione.

Ma perché avviene questo? Possibile che le Risorse Umane di queste aziende non riescano a discriminare le situazioni e ad applicare le giuste tecniche? Possibile che non sappiano di tutte gli studi sui vantaggi di flessibilità o telelavoro, quando possono essere applicati?
Sono ignoranti, perché non conoscono questi studi motivazionali, o sono incompetenti, perché li conoscono ma non li applicano per strani motivi o semplicemente per resistenza a cambiare mentalità?
E’ qualcosa che mi chiedo da anni senza avere mai ottenuto una spiegazione